Non abbiamo competenza e neppure alcun titolo per commentare la situazione politica italiana, troppo grande per noi che facciamo un altro “mestiere”: seguire le giovani ed i giovani nel  loro processo di crescita attraverso lo sport. Una sottolineatura, però, ci permettiamo di farla.

Nel nuovo Governo si parte con una assenza che noi riteniamo molto pesante, quella di un ministro allo Sport. Siamo reduci da un passato Governo in cui il ministro allo sport uscente, lasciando il suo incarico, ha commentato di aver avuto modo di conoscere un mondo per lui sconosciuto! Ora passiamo per una fase in cui il Ministro dello Sport non ci sarà affatto. È un segno che rende ancora più evidente l’assoluta mancanza di cultura sportiva nel nostro Paese. Una disattenzione di questo tipo è diffusa a quasi tutti i livelli della politica ma permea anche tanti altri mondi.

Qualcuno potrebbe obbiettare che ci siano cose più importanti ed urgenti in questo momento. Qualcuno pensa inoltre che lo sport (senza offesa) siano le partite di calcio in televisione, ma lo sport che intendiamo noi e che cerchiamo di portare avanti non è questo. Lo sport, come lo pensiamo, è la partecipazione, l’impegno, il sacrificio, lo stringere i denti, l’affrontare assieme le sfide, il mettersi in gioco, il superare i propri limiti, lo stare con gli altri, il socializzare e il condividere.

Lo Sport, la cultura del movimento, mancano non solo nella politica ma anche nella scuola, in questo momento in modo particolare. Solo la sanità, a fatica, tiene alta l’idea di sport come salute: ogni euro investito nella cultura del movimento, lo sappiamo, rappresenta quattro euro risparmiati nella sanità. Questo il primo grande fatto che ci dovrebbe fare riflettere.

Quanti di noi hanno figli, o sono stati studenti negli ultimi anni, sanno come a scuola l’educazione fisica sia considerata materia “cenerentola”: sempre e comunque sacrificabile alle altre materie. Noi adulti siamo ipocriti quando ci lamentiamo che i ragazzi sono schiavi del computer, isolati dal mondo reale, privi della grinta necessaria per affrontare le difficoltà della vita. Senza parlare poi delle varie forme di disagio giovanile e dell’isolamento che si tramuta in forme di disagio sociale. Anche qui ci faremo carico in futuro di costi pesantissimi, anche economici, che si potevano in larga misura prevenire. Questa la seconda riflessione.

Ci dovremmo porre almeno una domanda. Noi adulti, ai nostri giovani, quali occasioni e quali esperienze di crescita personale offriamo?

“Ognuno è un genio, ma se si giudica un pesce dalla sua capacità di salire su un albero, lui passerà l’intera sua vita a credersi stupido”  disse A. Einstein. E’ questo un tema di giustizia sociale: perché volere rinnegare come nel mondo, oltre ad esistere ragazzi in grado di eccellere nello studio, ve ne siano altri in grado di eccellere nella componente fisica? Perché non si pensa anche a loro? Due ore di educazione fisica, sulle 34 ore settimanali di lezioni a scuola, sono uno squilibrio ingiustificato, ma c’è di più. Lo sport esalta la crescita della persona nella sua interezza. Nessuno di noi è solo psiche, lo hanno capito da tempo le università ed i college inglesi ed americani che hanno sempre abbinato lo studio alla pratica sportiva, anche agonistica. Noi stessi siamo buoni testimoni di come l’impegno, anche nello sport agonistico, non limiti mai lo sviluppo intellettivo o il curriculum di studi, anzi, contribuisca a stimolarlo. Questo il terzo punto.

Le uniche volte in cui si pensa allo sport, in Italia, si pensa al calcio. In ognuno dei nostri paesi, dalla pianura alle colline, dal mare alle montagne, a fianco di ogni campanile, c’è un campo da calcio, ma il resto dell’impiantistica sportiva (salvo rare eccezioni) è ancora da terzo mondo. Non è tra le priorità: forse perché riguarda i nostri giovani o perché, comunque, “il campo da calcio su cui i maschietti possono giocare, ce lo abbiamo già”.

Perché, diciamoci la verità: questa è diventata anche una questione di genere.

Noi che ci occupiamo di pallavolo da qualche decennio e che lavoriamo soprattutto per e con il mondo femminile, sappiamo che lo sport femminile non è in serie C, ma molto, molto più indietro. Sulla stampa sportiva o in televisione, sfogliata l’ultima pagina dell’ultima categoria di calcio, inizia lo spazio per le altre discipline sportive, quelle “minori” possiamo dire. Finite poi tutte le discipline “minori”, rimane, in qualche occasione, un briciolo di spazio per il mondo femminile.

Se lo sport è sviluppo della persona, trascurare il mondo dello sport femminile è come impedire l’istruzione alle donne.

Le “pari opportunità”, a questo proposito, esattamente su cosa stanno lavorando? Questo, infine, l’ultimo punto.
Claudio Pasquetto
Dirigente AVTV

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