Nel nostro Paese, il mondo della scuola dal secondo dopoguerra ha abdicato al compito di diffusione della pratica sportiva, che a me piace chiamare cultura del movimento. Questo enorme missione è stata raccolta da una capillare rete di associazioni sportive che, Dio le benedica, hanno tenuto in piedi un modello appoggiato su tre colonne portanti:

Il finanziamento, spesso in forma di mecenatismo, da parte della media/piccola (o piccolissima) impresa. Denaro privato, dunque.

Le famiglie che, pagando quote associative, hanno investito sul futuro dei propri figli credendo nello sport come scuola di inclusione, salute, fatica, rispetto delle regole.

L’utilizzo di impianti, nella stragrande maggioranza le palestre delle scuole, in un percorso clamorosamente a ostacoli fra dirigenti scolastici che talvolta gestiscono un bene pubblico come se fosse privato, custodi ostativi e impianti non all’altezza. Un modello feudale, diciamo così.

Poi c’è una quarta, gigantesca, colonna portante. Quella del volontariato: un esercito di dirigenti, accompagnatori e addetti alla logistica, ma all’occorrenza anche un po’ arbitri, autisti, refertisti, tecnici, psicologi, massaggiatori, tifosi. Chi vive il mondo dello sport di base sa esattamente a cosa mi riferisco.

Quelle tre colonne portanti stanno per implodere: la medio-piccola-piccolissima impresa dovrà occuparsi della propria esistenza in vita, le famiglie vedranno ridursi la propria disponibilità economica e, lo sappiamo tutti, saranno costrette a eliminare voci di spesa (ahimè, sappiamo anche questo, lo sport sarà la prima cosa a saltare) e, infine, si aprirà un gigantesco problema relativo all’utilizzo delle palestre.

I dirigenti scolastici le utilizzeranno per altri scopi didattici? Quante ragazze e ragazzi potranno entrarci? Chi si occuperà dei processi di sanificazione? Insomma: saremo di fronte al più gigantesco sfratto della storia dello sport del Paese.

Quando arriva un meteorite ci si può comportare in tre modi: non rendersene conto (come successe ai dinosauri, il finale lo conoscete), terrorizzarsi (e quando si ha paura, è umano, si cerca prima di tutto di mettere in salvo se stessi) oppure, me lo hanno insegnato le mie squadre, si possono mettere insieme creatività e intelligenza collettiva. Occorre unirsi, trovare soluzione comuni e mettere a sistema competenze. Nessuno si salva da solo: se non l’abbiamo imparato negli ultimi mesi… che cosa altro deve succedere?

Le soluzioni passeranno necessariamente attraverso la capacità di quel meraviglioso e pacifico esercito di cittadini (non solo i praticanti, ma tutti quei volontari di cui ho scritto) di chiedere, insieme e a gran voce, a questo Paese di considerare la cultura del movimento come un bene pubblico! Sì, un bene pubblico! Per mille ragioni che chi ama lo sport conosce, ma soprattutto per una, molto concreta: la cultura del movimento è il più straordinario generatore di risparmio per il Sistema Sanitario Nazionale. Mi sono stufato di partecipare a convegni o di mostrare migliaia di pagine di letteratura scientifica, che testimoniano che un euro investito in cultura del movimento ne fa risparmiare quattro, a distanza di cinque anni, alla pubblica amministrazione. Un euro investito, quattro risparmiati per esempio nella lotta a quelle pandemie, dallo storytelling meno affascinante, come le malattie cardiovascolari o il diabete. Un euro investito, quattro risparmiati, senza contare il valore aggiunto in termini di prevenzione, inclusione, minori ospedalizzazioni e assenza sul posto di lavoro, qualità della vita.

Io non voglio più fare questi calcoli. Vorrei invece un Paese che metta la cultura del movimento al centro delle proprie politiche, pensandola come un diritto/dovere civico, nel modo più democratico e ampio, per bambini, adolescenti, adulti, anziani, donne, uomini e con un’attenzione particolare alla disabilità.

Il meteorite è arrivato e come prevedibile si iniziano a calcolare i danni, catastrofici. La sport di base è in ginocchio e in tantissimi casi, in tutta Italia, senza casa.

Bisogna scegliere se essere dinosauri oppure costruttori del nostro futuro, pensando e agendo come una squadra.

ARENA VOLLEY TEAM VERONA ha scelto di agire come una squadra. Una squadra nella quale c’è spazio e bisogno di tutti voi. Noi ci siamo. Chi ci crede faccia un passo avanti, al nostro fianco!

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